Pubblicato da: danielecolleoni | 29 giugno 2022

“Il ragazzo selvatico”

Paolo ha trent’anni e si sente senza forze, sperduto, sfiduciato: gli sembra di non andare da nessuna parte.  Soprattutto non scrive più, che per lui è come non dormire o non mangiare. Così lascia Milano, la città dov’è nato e cresciuto e se ne va a stare in montagna, in una baita a duemila metri, nella speranza di fare i conti con il passato e ricominciare a scrivere. Qui, nella solitudine quasi totale, riscopre una vita più essenziale e rapporti umani sinceri con gli unici due vicini di casa. Da una delle migliori voci della narrativa italiana, la storia di una lotta a mani nude contro il dolore per ritrovare se stessi.

Il ragazzo selvatico.
Quaderno di montagna
Paolo Cognetti

“Il giovane uomo urbano che ero diventato mi sembrava l’esatto contrario di quel ragazzo selvatico, così nacque in me il desiderio di andare a cercarlo. Non era tanto un bisogno di partire, quanto di tornare; non di scoprire una parte sconosciuta di me quanto di ritrovarne una antica e profonda, che sentivo di avere perduto.”

“Mi sentivo sfiduciato e sciocco, trascinato fin lì da un gioco insulso: perdermi per vedere se ero in grado di ritrovare la strada, scappare lontano da tutti per cullarmi nella nostalgia. Ero andato in montagna con l’idea che a un certo punto, resistendo abbastanza a lungo, mi sarei trasformato in qualcun altro, e la trasformazione sarebbe stata irreversibile: invece il mio vecchio nemico spuntava fuori ogni volta più forte di prima.”

“Avevo imparato a spaccare la legna, ad accendere un fuoco sotto il temporale, a coltivare un orto… ma non avevo imparato a stare da solo.”

“Così presi la mia decisione: per un po’ me ne sarei stato in giro […] Partivo bello carico, eppure chiudendomi la porta alle spalle mi sembrò di liberarmi di un peso. Come sempre, il peso poteva essere la baita o la gente che ai miei occhi l’aveva profanata, ma era molto più probabile che fossi io. Da che altro scappiamo quando scappiamo di casa? Addio, mi dissi, e poi presi il sentiero che saliva a est”

“La facevo anche da bambino questa cosa, un ultimo giro per salutare la montagna. Scrivevo dei biglietti e li nascondevo nelle rocce spaccate, nelle fessure delle cortecce. Così le mie parole sarebbero restate lì anche dopo di me: proprio come questo libro.
Era tempo di tornare giù. Conoscevo già tutti i sogni che avrei fatto d’inverno.”


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