Pubblicato da: danielecolleoni | 22 novembre 2022

“Il moro della cima”

 

Dicono che per vivere felici si debba trovare il proprio posto nel mondo: molti di noi passano la vita a cercarlo, per altri è questione di un attimo. Agostino Faccin, che tutti chiamano «il Moro», la felicità la scopre da ragazzo, tra le montagne di casa, nell’esatto momento in cui capisce che più sale di quota e più il mondo gli assomiglia. Quando gli propongono di diventare il guardiano del nuovo rifugio sul monte Grappa, non ci pensa su due volte. Ma la Storia non ha intenzione di lasciarlo in pace, la Grande Guerra è alle porte, e quella vetta isolata dal mondo diventerà proprio la linea del fronte. Da quando era poco più di un bambino, il Moro ha una sola certezza: l’unico luogo in cui si sente al riparo dal mondo è tra i boschi di larici, i prati d’alta quota, e qualche raro alpinista… Così, quando gli danno in gestione un rifugio, sembra che la sua vita assuma finalmente la forma giusta. Ben presto in pianura si diffonde la fama di quell’uomo dai baffi scuri e la pelle bruciata dal sole, con i suoi racconti fantasiosi e le porzioni abbondanti di gallina al lardo. E in tanti salgono fin su per averlo come guida, lui che conosce come nessun altro quell’erta scoscesa di pietre bianche e taglienti. Ma quel rifugio è sulla cima del monte Grappa, e la Grande Guerra è alle porte. Lassù tira un’aria minacciosa: intorno al rifugio il movimento è frenetico, si costruiscono strade militari e fortificazioni, arrivano in massa le vedette, i generali, i soldati. E il Moro, che in montagna si sentiva al sicuro, assiste alla Storia che sfila sotto ai suoi occhi: nel 1918 il Grappa è la linea del fronte, un campo di battaglia che non tarderà a trasformarsi in un cimitero a cielo aperto e infine in un sacrario d’alta quota. Ma quando i fucili non fumano più e le fanfare smettono di suonare, lui, il Moro, tornerà sulla sua cima, e davanti allo sfregio degli uomini cercherà il suo personalissimo modo di onorare la sacralità della montagna.
Paolo Malaguti ci regala un’altra grande storia da un passato che non c’è più, dando voce e corpo a un mondo perduto, e portandoci lassù a respirare un po’ di libertà.

Il Moro della cima
Paolo Malaguti

 

“Soprattutto all’alba, quando la luce è più morbida e la pianura si svela più ampia, e con lo sguardo arrivi fino alla curva del mare lontano: allora ti viene liscio credere che la vita possa davvero essere tutta così, giornate di sole e pascoli verdi”.

“Libertà.
Ecco cos’era quella strana e imprevista sensazione che la montagna gli aveva donato.
Una libertà come mai ne aveva sperimentate.
Forse ogni tanto qualcosa del genere c’era pure stato, nella sua vita.
Quando aveva preso il treno per tornare a casa finito il soldato.
O, all’indietro, vaghi ricordi di giochi infantili, corse sui prati incendiati dal tramonto, infiniti pomeriggi nascosti nel fieno, senza il timore del tempo che passa.
Ma erano deboli accenni.”

“Era più di una montagna, in effetti: era il mondo intero, boschi, pendii erbosi, creste affilate, strane formazioni rocciose, affioranti in più punti come carcasse di antichi animali fiabeschi.”

“Quel piattume arido di sassi frantumati era il Grappa, non più la sua Grapa. Il Grappa, si, adesso il maschile ci stava proprio bene.
La montagna è donna finché resta fertile, finché i suoi pascoli danno erba nuova e nuovi fiori anno dopo anno.
Lassù su quella che un tempo era stata la sua cima, casa sua, erba non ne sarebbe più cresciuta. Era diventato quello che avevano cercato e voluto dalla guerra in poi. Il monte, il simbolo del popolo vittorioso, il sarcofago dei guerrieri morti nel fuoco e nel ferro.”


Risposte

  1. […] “Il moro della cima” […]


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