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Immagine del giorno #39 – “Inizio d’autunno”
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“Mi desto” poesia di Camillo Sbarbaro
Autunno (reblog)
Immagine dal web
“Le giornate estive si accorciano… E come sempre, in questo periodo dell’anno mi sento addosso lo sguardo del tempo.”
Róbert Hász
Pubblicato su Frasi e Pensieri in liberta' | Tag:Autunno, cambiamento, Nostalgia, Róbert Hász, Ricordi, stagioni, tempo, tristezza
“Anacoreta” poesia di Thomas Amadei

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“Anacoreta”
Trovo rifugio nelle campagne di ieri
l’oggi è un ospite non sempre gradito ma
che talvolta ci mostra il lato buono dello sparire,
la nuvola di silenzio che offusca ogni intenzione.
C’è un paradiso che illude ogni mattina
quando l’oscurità lascia il posto al sole,
tutto sembra prendere una forma lineare ma
Zigzagando tra le vie si smembra e
tutto ritorna alla mostruosità dei miei incubi peggiori.
Questo odore che non mi abbandona
nemmeno sull’orlo del volare,
lascia parole e melodia
a ricamare merletti silenziosi
da compagnia nel frastuono dell’uragano
che esplode dentro al ritmo dei tuoi baci.
Versi recitati sul dorso delle mani e
canzoni sussurrate scivolando
sulla vertigine delle scapole abbandonate.
Ci sono solitudini che non hanno un nome e
che le circostanze hanno battezzato anacoreta
per scelta o per paura.
(da “L’inganno di Morfeoo)
Thomas Amadei è un poeta contemporaneo legato principalmente alla scena letteraria e artistica indipendente. La sua produzione letteraria è caratterizzata da componimenti intimi, riflessivi e spesso venati di atmosfere oniriche e malinconiche. I suoi componimenti affrontano spesso il tema della ricerca di un rifugio interiore, del contrasto tra la caotica realtà moderna (descritta talvolta come un “uragano” o una “mostruosità”) e la quiete rurale o il silenzio della memoria. Nei suoi testi ricorrono immagini legate alla notte, agli inganni della percezione e alla fugacità del tempo. Oltre al volume “L’inganno di Morfeo”, stampato in edizione limitata a soli 100 esemplari. Amadei ha condiviso diversi componimenti in antologie e su spazi dedicati alla letteratura.
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Scelte (reblog)
“Ogni volta che ha dovuto scegliere tra l’uomo ragionevole e il pazzo, il mondo ha sempre seguito il pazzo senza esitare. Perché il pazzo lusinga quello che è fondamentale nell’uomo, le passioni e gli istinti; la filosofia non si rivolge che a ciò ch’è superficiale e superfluo: la ragione.“
Aldous Huxley
(Giallo cromo)
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“Dio” poesia di Dmitrij Kedrin
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“Dio”
Presto, nell’ora gialla del tramonto,
Quando l’azzurro si spegnerà,
Chiuderò gli occhi avidi un tempo,
E così stanchi al momento.
E quando sarò davanti a Dio,
Io senza tremare gli dirò:
«Sai, Dio, ho fatto del male a molti,
E forse del bene a nessuno.
Ma è buffo trovarmi col diavolo,
Perché mi cucini nel calderone:
Non c’è nell’inferno tormento tale,
Che in terra non ce ne sia uno peggiore!»
(traduzione di Paolo Statuti)
Dmitrij Borisovič Kedrin (1907–1945) è stato un importante poeta, drammaturgo e giornalista sovietico, noto soprattutto per le sue liriche storiche, i poemi epici e la profonda sensibilità verso la natura e l'arte russa. Nato il 17 febbraio 1907 nel Donbass (allora Impero Russo, oggi Ucraina), visse una giovinezza complessa, cresciuto principalmente da tre donne e influenzato dalla nonna materna, che gli trasmise l'amore per la letteratura. Durante la Seconda guerra mondiale, rifiutò l'evacuazione e, nonostante i gravi problemi di vista che gli impedirono l'arruolamento regolare, lavorò come corrispondente di guerra al fronte per il giornale aeronautico Sokol Rodiny. Morì precocemente il 18 settembre 1945 all'età di 38 anni, travolto da un treno di pendolari nei pressi di Mosca. Le dinamiche non furono mai del tutto chiarite e diverse fonti ipotizzano che si sia trattato in realtà di un omicidio. La poesia di Kedrin unisce un profondo lirismo a una forte matrice epica e folcloristica. Durante la sua vita venne ampiamente ignorato o rifiutato dai circuiti editoriali ufficiali; tuttavia, la sua figura è stata riscoperta e celebrata a partire dagli anni '60 (il periodo del "disgelo" sovietico), venendo oggi considerato una delle voci più originali del Novecento russo.
(Fonte Wikipedia)
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Rimembranze musicali: “Messaggio” – Alice (1982)
“Testo”
Tra migliaia di persone
sicure per fedeltà
dagli occhi come diamanti
che strano, dovevo cadere con te
davvero speravo in qualcosa di meglio.
C′è che ho poca fortuna in amore
non merito certe avventure
da poco, da niente, da fine stagione.
C’è che nella mia vita no, non voglio padroni
e con te, con te voglio farla finita.
Domani, stasera ti lascio un messaggio
domani, adesso ti scrivo così.
Vai via dalla mia vita
basta, con te voglio farla finita
nella mia vita
detesto i tuoi giri e tuoi guai.
Oh quante parole sul tema l′infedeltà.
Ho voglia di andare a dormire, da sola
sognarmi sdraiata con creme su spiagge
infuocate dal sole d’Oriente.
C’è che nella mia vita no, non voglio padroni
e con te, con te voglio farla finita.
Domani, stasera ti lascio un messaggio
domani, adesso ti scrivo così.
Vai via dalla mia vita
basta, con te voglio farla finita
nella mia vita.
Ti lascio un messaggio domani, stasera.
Ti lascio un messaggio domani, stasera.
Ti lascio un messaggio…
Autori: Giusto Pio, Franco Battiato, Carla Bissi
Album: Azimut
Anno: 1982
Immagine del giorno #38 – “La politica in Italia”
Declino (reblog)
Foto di LEEROY Agency da Pixabay
“Il declino comincia con la sostituzione dei sogni con ricordi, e termina con la sostituzione di ricordi con altri ricordi.“
Nassim Nicholas Taleb
(Il letto di Procuste)
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“Ciò che ogni albero sa” poesia di Ivan Lalić
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“Ciò che ogni albero sa”
Impara, cuore, ciò che ogni albero sa:
Disporre la radice, infliggerla con giusto orientamento
Nel buio sparso; non dentro il sasso, bensì
Attorno al sasso; non dentro l’argilla
Bensì verso l’acqua non lontana;
Non nella ripulsa, ma nell’amore pronto
A rendere alla pressione di radice angusta ascesa
Fu per l’asse anulare, dritto, fino alla forcella,
E oltre, per l’erta obliqua delle fronde ripetente
L’ordine della sete sottostante nella luce, nel vento,
In simmetria, nell’equilibrio che accoppia
Nadir e zenit; e infine sino al frutto
Che vorrebbe arrotondare col suo peso
Movimento in misura appassionata. Così non agendo
Vantaggio del suo danno, rachitica sarà la chioma
Gibboso lo sforzo di rizzarsi, brutta la corteccia,
Partito il frutto e rado. Ogni albero lo sa.
Non imparare, cuore, dal folle albero di olivo
Che ricorda gli dei ellenici, innamorato della pietra
E del serpe che custodisce alla radice.
(da Poesie)
Ivan V. Lalić (8 giugno 1931 – 28 luglio 1996) è stato un poeta serbo e jugoslavo. È stato inoltre traduttore di poesia dall’inglese, dal francese e dal tedesco nella sua lingua madre.
Lalić nacque a Belgrado; suo padre, Vlajko, era un giornalista, mentre suo nonno Isidor Bajić era un compositore. Le sue poesie raccontano di un’infanzia felice, ma anche di due traumi vissuti durante l’adolescenza. Da bambino, a Belgrado, molti dei suoi compagni di scuola persero la vita in un bombardamento aereo del 1944, evento descritto nella poesia “Zardjala igla” (Un ago arrugginito). Lalić affermò che “la mia infanzia e la mia giovinezza trascorse in guerra hanno segnato tutto ciò che ho scritto in versi”. Un secondo trauma fu la perdita della madre, Ljubica Bajić, deceduta a causa della tubercolosi nel 1946.
Ivan V. Lalić completò gli studi superiori a Zagabria, dove frequentò la facoltà di giurisprudenza. Lì conobbe la moglie Branka (nata Kašnar), che studiava inglese e musica; i due si sposarono nel 1956. Ivan la descrisse come “lo spirito dietro le mie poesie” e la sua presenza è rintracciabile nei suoi versi lungo tutto l’arco della sua produzione poetica.
Ivan V. Lalić pubblicò le sue prime poesie nel 1952 e la sua prima raccolta poetica nel 1955; l’ultima apparve nel 1996, anno della sua morte. Dopo aver lavorato inizialmente come redattore letterario per Radio Zagabria, nel 1961 si trasferì a Belgrado per assumere un nuovo incarico: segretario dell’Unione degli scrittori jugoslavi. Successivamente, dal 1979 fino al pensionamento nel 1993, lavorò come redattore per la casa editrice Nolit di Belgrado.
Ivan e Branka Lalić trascorrevano le estati con la famiglia nella cittadina istriana di Rovigno. Ebbero due figli. Il maggiore, Vlajko, morì in un incidente velico tra Rovigno e Venezia nel 1989. Ivan V. Lalić morì improvvisamente a Belgrado nel 1996. Lasciò la moglie Branka e il figlio minore Marko.
(Fonte Wikipedia)
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