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“Le giornate estive si accorciano… E come sempre, in questo periodo dell’anno mi sento addosso lo sguardo del tempo.”
Róbert Hász
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“Le giornate estive si accorciano… E come sempre, in questo periodo dell’anno mi sento addosso lo sguardo del tempo.”
Róbert Hász
Pubblicato su Frasi e Pensieri in liberta' | Tag:Autunno, cambiamento, Nostalgia, Róbert Hász, Ricordi, stagioni, tempo, tristezza

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“Anacoreta”
Trovo rifugio nelle campagne di ieri
l’oggi è un ospite non sempre gradito ma
che talvolta ci mostra il lato buono dello sparire,
la nuvola di silenzio che offusca ogni intenzione.
C’è un paradiso che illude ogni mattina
quando l’oscurità lascia il posto al sole,
tutto sembra prendere una forma lineare ma
Zigzagando tra le vie si smembra e
tutto ritorna alla mostruosità dei miei incubi peggiori.
Questo odore che non mi abbandona
nemmeno sull’orlo del volare,
lascia parole e melodia
a ricamare merletti silenziosi
da compagnia nel frastuono dell’uragano
che esplode dentro al ritmo dei tuoi baci.
Versi recitati sul dorso delle mani e
canzoni sussurrate scivolando
sulla vertigine delle scapole abbandonate.
Ci sono solitudini che non hanno un nome e
che le circostanze hanno battezzato anacoreta
per scelta o per paura.
(da “L’inganno di Morfeoo)
Thomas Amadei è un poeta contemporaneo legato principalmente alla scena letteraria e artistica indipendente. La sua produzione letteraria è caratterizzata da componimenti intimi, riflessivi e spesso venati di atmosfere oniriche e malinconiche. I suoi componimenti affrontano spesso il tema della ricerca di un rifugio interiore, del contrasto tra la caotica realtà moderna (descritta talvolta come un “uragano” o una “mostruosità”) e la quiete rurale o il silenzio della memoria. Nei suoi testi ricorrono immagini legate alla notte, agli inganni della percezione e alla fugacità del tempo. Oltre al volume “L’inganno di Morfeo”, stampato in edizione limitata a soli 100 esemplari. Amadei ha condiviso diversi componimenti in antologie e su spazi dedicati alla letteratura.
Pubblicato su Frasi e Pensieri in liberta' | Tag:"Anacoreta", Angoscia, oggi, pensieri, poesia, quotidianità, solitudine, Thomas Amadei
“Ogni volta che ha dovuto scegliere tra l’uomo ragionevole e il pazzo, il mondo ha sempre seguito il pazzo senza esitare. Perché il pazzo lusinga quello che è fondamentale nell’uomo, le passioni e gli istinti; la filosofia non si rivolge che a ciò ch’è superficiale e superfluo: la ragione.“
Aldous Huxley
(Giallo cromo)
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“Dio”
Presto, nell’ora gialla del tramonto,
Quando l’azzurro si spegnerà,
Chiuderò gli occhi avidi un tempo,
E così stanchi al momento.
E quando sarò davanti a Dio,
Io senza tremare gli dirò:
«Sai, Dio, ho fatto del male a molti,
E forse del bene a nessuno.
Ma è buffo trovarmi col diavolo,
Perché mi cucini nel calderone:
Non c’è nell’inferno tormento tale,
Che in terra non ce ne sia uno peggiore!»
(traduzione di Paolo Statuti)
Dmitrij Borisovič Kedrin (1907–1945) è stato un importante poeta, drammaturgo e giornalista sovietico, noto soprattutto per le sue liriche storiche, i poemi epici e la profonda sensibilità verso la natura e l'arte russa. Nato il 17 febbraio 1907 nel Donbass (allora Impero Russo, oggi Ucraina), visse una giovinezza complessa, cresciuto principalmente da tre donne e influenzato dalla nonna materna, che gli trasmise l'amore per la letteratura. Durante la Seconda guerra mondiale, rifiutò l'evacuazione e, nonostante i gravi problemi di vista che gli impedirono l'arruolamento regolare, lavorò come corrispondente di guerra al fronte per il giornale aeronautico Sokol Rodiny. Morì precocemente il 18 settembre 1945 all'età di 38 anni, travolto da un treno di pendolari nei pressi di Mosca. Le dinamiche non furono mai del tutto chiarite e diverse fonti ipotizzano che si sia trattato in realtà di un omicidio. La poesia di Kedrin unisce un profondo lirismo a una forte matrice epica e folcloristica. Durante la sua vita venne ampiamente ignorato o rifiutato dai circuiti editoriali ufficiali; tuttavia, la sua figura è stata riscoperta e celebrata a partire dagli anni '60 (il periodo del "disgelo" sovietico), venendo oggi considerato una delle voci più originali del Novecento russo.
(Fonte Wikipedia)
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“Testo”
Tra migliaia di persone
sicure per fedeltà
dagli occhi come diamanti
che strano, dovevo cadere con te
davvero speravo in qualcosa di meglio.
C′è che ho poca fortuna in amore
non merito certe avventure
da poco, da niente, da fine stagione.
C’è che nella mia vita no, non voglio padroni
e con te, con te voglio farla finita.
Domani, stasera ti lascio un messaggio
domani, adesso ti scrivo così.
Vai via dalla mia vita
basta, con te voglio farla finita
nella mia vita
detesto i tuoi giri e tuoi guai.
Oh quante parole sul tema l′infedeltà.
Ho voglia di andare a dormire, da sola
sognarmi sdraiata con creme su spiagge
infuocate dal sole d’Oriente.
C’è che nella mia vita no, non voglio padroni
e con te, con te voglio farla finita.
Domani, stasera ti lascio un messaggio
domani, adesso ti scrivo così.
Vai via dalla mia vita
basta, con te voglio farla finita
nella mia vita.
Ti lascio un messaggio domani, stasera.
Ti lascio un messaggio domani, stasera.
Ti lascio un messaggio…
Autori: Giusto Pio, Franco Battiato, Carla Bissi
Album: Azimut
Anno: 1982
Foto di LEEROY Agency da Pixabay
“Il declino comincia con la sostituzione dei sogni con ricordi, e termina con la sostituzione di ricordi con altri ricordi.“
Nassim Nicholas Taleb
(Il letto di Procuste)
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“Ciò che ogni albero sa”
Impara, cuore, ciò che ogni albero sa:
Disporre la radice, infliggerla con giusto orientamento
Nel buio sparso; non dentro il sasso, bensì
Attorno al sasso; non dentro l’argilla
Bensì verso l’acqua non lontana;
Non nella ripulsa, ma nell’amore pronto
A rendere alla pressione di radice angusta ascesa
Fu per l’asse anulare, dritto, fino alla forcella,
E oltre, per l’erta obliqua delle fronde ripetente
L’ordine della sete sottostante nella luce, nel vento,
In simmetria, nell’equilibrio che accoppia
Nadir e zenit; e infine sino al frutto
Che vorrebbe arrotondare col suo peso
Movimento in misura appassionata. Così non agendo
Vantaggio del suo danno, rachitica sarà la chioma
Gibboso lo sforzo di rizzarsi, brutta la corteccia,
Partito il frutto e rado. Ogni albero lo sa.
Non imparare, cuore, dal folle albero di olivo
Che ricorda gli dei ellenici, innamorato della pietra
E del serpe che custodisce alla radice.
(da Poesie)
Ivan V. Lalić (8 giugno 1931 – 28 luglio 1996) è stato un poeta serbo e jugoslavo. È stato inoltre traduttore di poesia dall’inglese, dal francese e dal tedesco nella sua lingua madre.
Lalić nacque a Belgrado; suo padre, Vlajko, era un giornalista, mentre suo nonno Isidor Bajić era un compositore. Le sue poesie raccontano di un’infanzia felice, ma anche di due traumi vissuti durante l’adolescenza. Da bambino, a Belgrado, molti dei suoi compagni di scuola persero la vita in un bombardamento aereo del 1944, evento descritto nella poesia “Zardjala igla” (Un ago arrugginito). Lalić affermò che “la mia infanzia e la mia giovinezza trascorse in guerra hanno segnato tutto ciò che ho scritto in versi”. Un secondo trauma fu la perdita della madre, Ljubica Bajić, deceduta a causa della tubercolosi nel 1946.
Ivan V. Lalić completò gli studi superiori a Zagabria, dove frequentò la facoltà di giurisprudenza. Lì conobbe la moglie Branka (nata Kašnar), che studiava inglese e musica; i due si sposarono nel 1956. Ivan la descrisse come “lo spirito dietro le mie poesie” e la sua presenza è rintracciabile nei suoi versi lungo tutto l’arco della sua produzione poetica.
Ivan V. Lalić pubblicò le sue prime poesie nel 1952 e la sua prima raccolta poetica nel 1955; l’ultima apparve nel 1996, anno della sua morte. Dopo aver lavorato inizialmente come redattore letterario per Radio Zagabria, nel 1961 si trasferì a Belgrado per assumere un nuovo incarico: segretario dell’Unione degli scrittori jugoslavi. Successivamente, dal 1979 fino al pensionamento nel 1993, lavorò come redattore per la casa editrice Nolit di Belgrado.
Ivan e Branka Lalić trascorrevano le estati con la famiglia nella cittadina istriana di Rovigno. Ebbero due figli. Il maggiore, Vlajko, morì in un incidente velico tra Rovigno e Venezia nel 1989. Ivan V. Lalić morì improvvisamente a Belgrado nel 1996. Lasciò la moglie Branka e il figlio minore Marko.
(Fonte Wikipedia)
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Odiago è un antico borgo medievale e attuale frazione del comune di Pontida, situato in provincia di Bergamo nella suggestiva cornice della Valle San Martino. La sua storia è strettamente legata a quella della celebre Abbazia benedettina di Pontida e alle vicissitudini militari dei territori di confine lungo il fiume Adda.
Le origini dell’insediamento risalgono all’epoca medievale. Intorno al XII secolo venne eretto il nucleo fortificato originario, noto come Castello di Odiago. Si trattava di una casaforte difensiva dotata di una solida torre in pietra. La sua posizione era altamente strategica: sorgeva infatti nei pressi del confine naturale segnato dal fiume Adda, un’area che nei secoli successivi avrebbe diviso il Ducato di Milano dalla Repubblica di Venezia.
Una parte fondamentale della storia di Odiago riguarda l’agricoltura e l’ordine monastico. Gli edifici del borgo assunsero nel tempo la funzione di Grangia (una struttura fortificata per il deposito e la gestione dei raccolti) gestita dai Monaci Benedettini dell’Abbazia di Pontida.
I monaci sfruttavano le piane alluvionali create dal fiume Adda per coltivare il grano e il raccolto veniva stoccato e protetto all’interno del borgo prima di essere trasferito o lavorato.
A causa della sua posizione geografica esposta, Odiago fu spesso teatro di scontri o subì pesanti devastazioni durante le guerre tra Bergamo (e le sue alleanze) e il Comune di Milano tra il XIII e il XV secolo. Un documento del 1264 specificava persino l’esenzione dal pagamento delle decime qualora il borgo fosse rimasto del tutto disabitato e incolto a causa dei conflitti.
Nel 1331, secondo lo Statuto di Bergamo, Odiago faceva capo alla “facta” di Porta Sant’Alessandro ma risultava già unito al comune di Pontida. L’autonomia o l’unione con le realtà vicine oscillò nel corso dei secoli: alla fine del Cinquecento figurava come contrada di Pontida nei resoconti del capitano veneziano Giovanni Da Lezze, mentre a fine Settecento venne registrato provvisoriamente sotto Gandorla.
In epoca contemporanea, l’antico Borgo di Odiago ha mantenuto intatto il suo fascino rurale ed è stato protetto come bene di rilievo storico all’interno del Parco Adda Nord. Il complesso della casaforte e la torre quattrocentesca sono stati oggetto di attenti restauri conservativi per preservarne le antiche murature in blocchi di arenaria. È inoltre un luogo apprezzato per il turismo enogastronomico locale e inserito tra i luoghi segnalati dal FAI.
(dal Web)




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“Santuario Beata Vergine Addolorata“
A poca distanza da Odiago,si trova il Santuario Beata Vergine Addolorata, posto su uno dei declivi boscosi della Val San Martino, risale al 1683, ed è sotto la giurisdizione dei Monaci Benedettini dell’Abbazia di Pontida, fondata da sant’Alberto da Prezzate nel 1076.Subito si diffonde la devozione alla Madonna dell’Addolorata, e il Venerdì di Passione del 1735 si parla per la prima volta di una festa all’oratorio di Calderizzi. Nel 1737 ci fu il primo ampliamento con l’erezione dell’altare dedicato a S.Antonio di Padova, alla Madonna del Carmine e a S.Bernardino da Siena.Nel 1876, l’intervento materno della Madonna, in seguito a un voto fatto da tutta la popolazione, stroncava una misteriosa malattia che colpiva tutte le gestanti e le partorienti. Da allora non è mai venuta meno la processione votiva annuale al Santuario di Caderizzi, soprattutto da parte delle spose e delle mamme, nel Venerdì della prima settimana di Passione.Al primo ampliamento del 1737, ne seguì uno straordinario dopo la prima guerra mondiale e nel 1919 l’abate Schuster pose la prima pietra.Nel 1954 ci fu un ulteriore rinnovamento accompagnato da opere di abbellimento.
(dal Web)


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Nel giro non poteva mancare una sosta selle rive del fiume Adda.
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“Il più bello dei mari”
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.
Nâzım Hikmet, in italiano spesso scritto Nazim Hikmet, all’anagrafe Nâzım Hikmet Ran (Salonicco, 15 gennaio 1902 – Mosca, 3 giugno 1963) è stato un poeta, drammaturgo e scrittore turco naturalizzato polacco. Definito “comunista romantico” o “rivoluzionario romantico”, è considerato uno dei più importanti poeti turchi dell’epoca contemporanea. Da bambino era un credente musulmano, come la sua famiglia. Scrisse i suoi primi testi all’età di quattordici anni: le prime poesie ebbero per argomento un incendio della casa di fronte e il gatto della sorella; la prima pubblicazione avvenne a diciassette anni su una rivista. Il suo punto di riferimento letterario era il suo insegnante di letteratura e poesia, Yahya Kemal, oltre ad altri poeti turchi come Tevfik Fikret e Mehmet Emin. Costretto ad espatriare per motivi politici, nonché per la sua pubblica denuncia del genocidio armeno, riparò in Unione Sovietica. Attratto dagl’ideali socialisti, studiò poi sociologia presso l’università di Mosca (1921-1928), dove scoprì i testi di Karl Marx e della rivoluzione sovietica e divenne comunista e antimilitarista. Dopo il suo ritorno in Turchia nel 1928, Hikmet aderì al Partito Comunista turco e scrisse articoli, testi teatrali ed altro. Fu condannato alla prigione nel 1929 per affissione irregolare di manifesti politici e trascorse circa cinque anni in carcere, ma venne amnistiato nel 1935. Dopo la morte del leader turco Kemal Atatürk, di cui Hikmet era uno strenuo critico, nonostante il suo appoggio giovanile, il quale apprezzava le sue liriche non politiche ed in qualche modo lo aveva difeso da una repressione eccessiva, il regime si irrigidì ancora di più. Nel 1938 una sua poesia venne accusata di incitare i marinai alla rivolta; arrestato e processato, fu condannato a 28 anni e 4 mesi di prigione per le sue attività contro il regime, le sue idee comuniste e le sue iniziative internazionali antinaziste e antifranchiste. Fu l’intervento di una commissione internazionale, composta tra gli altri da Tristan Tzara, Pablo Picasso, Paul Robeson, Pablo Neruda e Jean-Paul Sartre, nel 1949, a favorirne la scarcerazione nel 1950, in seguito ad una nuova amnistia. Una volta libero, il governo organizza due attentati alla sua vita e tenta anche di arruolarlo nell’esercito nonostante i suoi problemi di salute. Viene candidato nel frattempo al premio Nobel per la pace, all’equivalente sovietico (Premio Lenin) e vince il World Peace Council prize. Nel 1951, a causa delle costanti pressioni internazionali, il governo turco lo rilascia e fa espatriare per Mosca, ma la moglie e il figlio non poterono seguirlo ed egli trascorse il suo esilio viaggiando in tutta Europa. Nel 1951 chiese asilo politico in Polonia e, dopo aver rinunciato alla sua cittadinanza turca, divenne cittadino polacco nel 1959, facendo valere le origini familiari della madre, ma fissò la sua residenza nell’Unione Sovietica. A Mosca, gli viene assegnato un alloggio nella colonia di scrittori di Peredelkino, ma il governo turco rifiutò sempre di concedere alla moglie ed al figlio il permesso di raggiungerlo. Al figlio Mehmet dedicò una poesia carica di speranza nei confronti dell’umanità “Prima di tutto l’uomo”. Nel 1960 si innamorò della giovane Vera Tuljakova, e, annullato il precedente matrimonio, la sposò in quarte nozze. Morì il 3 giugno 1963, a 61 anni, in seguito a una crisi cardiaca incorsa mentre usciva di casa (il numero 6 della via Pesciànaya a Mosca, dove si era trasferito dopo il matrimonio). Una delle sue ultime poesie è dedicata alla moglie e al tema della morte
(Fonte Wikipedia)
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*I Petali delle Rose...quando cadono...diventano Angeli Silenziosi.*
Per un Cavallino di Cartapesta ? Ma no neppure solo per dovere ,si per Amore
Varie ed eventuali, ecc...
🌹ESSERE e LASCIAR ESSERE ~ Fare della RECIPROCITA' un regno equanime 🌹
Desirè Karini - Poesie e riflessioni
Poetry, story and real life. Once soldier, busnessman, grandfather and Poet.
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Non voglio sognare, voglio dormire.