Presto, nell’ora gialla del tramonto, Quando l’azzurro si spegnerà, Chiuderò gli occhi avidi un tempo, E così stanchi al momento.
E quando sarò davanti a Dio, Io senza tremare gli dirò: «Sai, Dio, ho fatto del male a molti, E forse del bene a nessuno.
Ma è buffo trovarmi col diavolo, Perché mi cucini nel calderone: Non c’è nell’inferno tormento tale, Che in terra non ce ne sia uno peggiore!»
(traduzione di Paolo Statuti)
Dmitrij Borisovič Kedrin (1907–1945) è stato un importante poeta, drammaturgo e giornalista sovietico, noto soprattutto per le sue liriche storiche, i poemi epici e la profonda sensibilità verso la natura e l'arte russa. Nato il 17 febbraio 1907 nel Donbass (allora Impero Russo, oggi Ucraina), visse una giovinezza complessa, cresciuto principalmente da tre donne e influenzato dalla nonna materna, che gli trasmise l'amore per la letteratura. Durante la Seconda guerra mondiale, rifiutò l'evacuazione e, nonostante i gravi problemi di vista che gli impedirono l'arruolamento regolare, lavorò come corrispondente di guerra al fronte per il giornale aeronautico Sokol Rodiny. Morì precocemente il 18 settembre 1945 all'età di 38 anni, travolto da un treno di pendolari nei pressi di Mosca. Le dinamiche non furono mai del tutto chiarite e diverse fonti ipotizzano che si sia trattato in realtà di un omicidio. La poesia di Kedrin unisce un profondo lirismo a una forte matrice epica e folcloristica. Durante la sua vita venne ampiamente ignorato o rifiutato dai circuiti editoriali ufficiali; tuttavia, la sua figura è stata riscoperta e celebrata a partire dagli anni '60 (il periodo del "disgelo" sovietico), venendo oggi considerato una delle voci più originali del Novecento russo. (Fonte Wikipedia)
Tra migliaia di persone sicure per fedeltà dagli occhi come diamanti che strano, dovevo cadere con te davvero speravo in qualcosa di meglio. C′è che ho poca fortuna in amore non merito certe avventure da poco, da niente, da fine stagione.
C’è che nella mia vita no, non voglio padroni e con te, con te voglio farla finita. Domani, stasera ti lascio un messaggio domani, adesso ti scrivo così.
Vai via dalla mia vita basta, con te voglio farla finita nella mia vita detesto i tuoi giri e tuoi guai.
Oh quante parole sul tema l′infedeltà. Ho voglia di andare a dormire, da sola sognarmi sdraiata con creme su spiagge infuocate dal sole d’Oriente. C’è che nella mia vita no, non voglio padroni
e con te, con te voglio farla finita. Domani, stasera ti lascio un messaggio domani, adesso ti scrivo così.
Vai via dalla mia vita basta, con te voglio farla finita nella mia vita.
Ti lascio un messaggio domani, stasera. Ti lascio un messaggio domani, stasera. Ti lascio un messaggio…
Impara, cuore, ciò che ogni albero sa: Disporre la radice, infliggerla con giusto orientamento Nel buio sparso; non dentro il sasso, bensì Attorno al sasso; non dentro l’argilla Bensì verso l’acqua non lontana; Non nella ripulsa, ma nell’amore pronto A rendere alla pressione di radice angusta ascesa Fu per l’asse anulare, dritto, fino alla forcella, E oltre, per l’erta obliqua delle fronde ripetente L’ordine della sete sottostante nella luce, nel vento, In simmetria, nell’equilibrio che accoppia Nadir e zenit; e infine sino al frutto Che vorrebbe arrotondare col suo peso Movimento in misura appassionata. Così non agendo Vantaggio del suo danno, rachitica sarà la chioma Gibboso lo sforzo di rizzarsi, brutta la corteccia, Partito il frutto e rado. Ogni albero lo sa. Non imparare, cuore, dal folle albero di olivo Che ricorda gli dei ellenici, innamorato della pietra E del serpe che custodisce alla radice.
(da Poesie)
Ivan V. Lalić (8 giugno 1931 – 28 luglio 1996) è stato un poeta serbo e jugoslavo. È stato inoltre traduttore di poesia dall’inglese, dal francese e dal tedesco nella sua lingua madre. Lalić nacque a Belgrado; suo padre, Vlajko, era un giornalista, mentre suo nonno Isidor Bajić era un compositore. Le sue poesie raccontano di un’infanzia felice, ma anche di due traumi vissuti durante l’adolescenza. Da bambino, a Belgrado, molti dei suoi compagni di scuola persero la vita in un bombardamento aereo del 1944, evento descritto nella poesia “Zardjala igla” (Un ago arrugginito). Lalić affermò che “la mia infanzia e la mia giovinezza trascorse in guerra hanno segnato tutto ciò che ho scritto in versi”. Un secondo trauma fu la perdita della madre, Ljubica Bajić, deceduta a causa della tubercolosi nel 1946. Ivan V. Lalić completò gli studi superiori a Zagabria, dove frequentò la facoltà di giurisprudenza. Lì conobbe la moglie Branka (nata Kašnar), che studiava inglese e musica; i due si sposarono nel 1956. Ivan la descrisse come “lo spirito dietro le mie poesie” e la sua presenza è rintracciabile nei suoi versi lungo tutto l’arco della sua produzione poetica. Ivan V. Lalić pubblicò le sue prime poesie nel 1952 e la sua prima raccolta poetica nel 1955; l’ultima apparve nel 1996, anno della sua morte. Dopo aver lavorato inizialmente come redattore letterario per Radio Zagabria, nel 1961 si trasferì a Belgrado per assumere un nuovo incarico: segretario dell’Unione degli scrittori jugoslavi. Successivamente, dal 1979 fino al pensionamento nel 1993, lavorò come redattore per la casa editrice Nolit di Belgrado. Ivan e Branka Lalić trascorrevano le estati con la famiglia nella cittadina istriana di Rovigno. Ebbero due figli. Il maggiore, Vlajko, morì in un incidente velico tra Rovigno e Venezia nel 1989. Ivan V. Lalić morì improvvisamente a Belgrado nel 1996. Lasciò la moglie Branka e il figlio minore Marko. (Fonte Wikipedia)
Odiago è un antico borgo medievale e attuale frazione del comune di Pontida, situato in provincia di Bergamo nella suggestiva cornice della Valle San Martino. La sua storia è strettamente legata a quella della celebre Abbazia benedettina di Pontida e alle vicissitudini militari dei territori di confine lungo il fiume Adda.
Le origini dell’insediamento risalgono all’epoca medievale. Intorno al XII secolo venne eretto il nucleo fortificato originario, noto come Castello di Odiago. Si trattava di una casaforte difensiva dotata di una solida torre in pietra. La sua posizione era altamente strategica: sorgeva infatti nei pressi del confine naturale segnato dal fiume Adda, un’area che nei secoli successivi avrebbe diviso il Ducato di Milano dalla Repubblica di Venezia.
Una parte fondamentale della storia di Odiago riguarda l’agricoltura e l’ordine monastico. Gli edifici del borgo assunsero nel tempo la funzione di Grangia (una struttura fortificata per il deposito e la gestione dei raccolti) gestita dai Monaci Benedettini dell’Abbazia di Pontida. I monaci sfruttavano le piane alluvionali create dal fiume Adda per coltivare il grano e il raccolto veniva stoccato e protetto all’interno del borgo prima di essere trasferito o lavorato.
A causa della sua posizione geografica esposta, Odiago fu spesso teatro di scontri o subì pesanti devastazioni durante le guerre tra Bergamo (e le sue alleanze) e il Comune di Milano tra il XIII e il XV secolo. Un documento del 1264 specificava persino l’esenzione dal pagamento delle decime qualora il borgo fosse rimasto del tutto disabitato e incolto a causa dei conflitti. Nel 1331, secondo lo Statuto di Bergamo, Odiago faceva capo alla “facta” di Porta Sant’Alessandro ma risultava già unito al comune di Pontida. L’autonomia o l’unione con le realtà vicine oscillò nel corso dei secoli: alla fine del Cinquecento figurava come contrada di Pontida nei resoconti del capitano veneziano Giovanni Da Lezze, mentre a fine Settecento venne registrato provvisoriamente sotto Gandorla.
In epoca contemporanea, l’antico Borgo di Odiago ha mantenuto intatto il suo fascino rurale ed è stato protetto come bene di rilievo storico all’interno del Parco Adda Nord. Il complesso della casaforte e la torre quattrocentesca sono stati oggetto di attenti restauri conservativi per preservarne le antiche murature in blocchi di arenaria. È inoltre un luogo apprezzato per il turismo enogastronomico locale e inserito tra i luoghi segnalati dal FAI. (dal Web)
Immagini personali
“Santuario Beata Vergine Addolorata“
A poca distanza da Odiago,si trova il Santuario Beata Vergine Addolorata, posto su uno dei declivi boscosi della Val San Martino, risale al 1683, ed è sotto la giurisdizione dei Monaci Benedettini dell’Abbazia di Pontida, fondata da sant’Alberto da Prezzate nel 1076.Subito si diffonde la devozione alla Madonna dell’Addolorata, e il Venerdì di Passione del 1735 si parla per la prima volta di una festa all’oratorio di Calderizzi. Nel 1737 ci fu il primo ampliamento con l’erezione dell’altare dedicato a S.Antonio di Padova, alla Madonna del Carmine e a S.Bernardino da Siena.Nel 1876, l’intervento materno della Madonna, in seguito a un voto fatto da tutta la popolazione, stroncava una misteriosa malattia che colpiva tutte le gestanti e le partorienti. Da allora non è mai venuta meno la processione votiva annuale al Santuario di Caderizzi, soprattutto da parte delle spose e delle mamme, nel Venerdì della prima settimana di Passione.Al primo ampliamento del 1737, ne seguì uno straordinario dopo la prima guerra mondiale e nel 1919 l’abate Schuster pose la prima pietra.Nel 1954 ci fu un ulteriore rinnovamento accompagnato da opere di abbellimento. (dal Web)
Immagini personali
Nel giro non poteva mancare una sosta selle rive del fiume Adda.
Il più bello dei mari è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto.
Nâzım Hikmet, in italiano spesso scritto Nazim Hikmet, all’anagrafe Nâzım Hikmet Ran (Salonicco, 15 gennaio 1902 – Mosca, 3 giugno 1963) è stato un poeta, drammaturgo e scrittore turco naturalizzato polacco. Definito “comunista romantico” o “rivoluzionario romantico”, è considerato uno dei più importanti poeti turchi dell’epoca contemporanea. Da bambino era un credente musulmano, come la sua famiglia. Scrisse i suoi primi testi all’età di quattordici anni: le prime poesie ebbero per argomento un incendio della casa di fronte e il gatto della sorella; la prima pubblicazione avvenne a diciassette anni su una rivista. Il suo punto di riferimento letterario era il suo insegnante di letteratura e poesia, Yahya Kemal, oltre ad altri poeti turchi come Tevfik Fikret e Mehmet Emin. Costretto ad espatriare per motivi politici, nonché per la sua pubblica denuncia del genocidio armeno, riparò in Unione Sovietica. Attratto dagl’ideali socialisti, studiò poi sociologia presso l’università di Mosca (1921-1928), dove scoprì i testi di Karl Marx e della rivoluzione sovietica e divenne comunista e antimilitarista. Dopo il suo ritorno in Turchia nel 1928, Hikmet aderì al Partito Comunista turco e scrisse articoli, testi teatrali ed altro. Fu condannato alla prigione nel 1929 per affissione irregolare di manifesti politici e trascorse circa cinque anni in carcere, ma venne amnistiato nel 1935. Dopo la morte del leader turco Kemal Atatürk, di cui Hikmet era uno strenuo critico, nonostante il suo appoggio giovanile, il quale apprezzava le sue liriche non politiche ed in qualche modo lo aveva difeso da una repressione eccessiva, il regime si irrigidì ancora di più. Nel 1938 una sua poesia venne accusata di incitare i marinai alla rivolta; arrestato e processato, fu condannato a 28 anni e 4 mesi di prigione per le sue attività contro il regime, le sue idee comuniste e le sue iniziative internazionali antinaziste e antifranchiste. Fu l’intervento di una commissione internazionale, composta tra gli altri da Tristan Tzara, Pablo Picasso, Paul Robeson, Pablo Neruda e Jean-Paul Sartre, nel 1949, a favorirne la scarcerazione nel 1950, in seguito ad una nuova amnistia. Una volta libero, il governo organizza due attentati alla sua vita e tenta anche di arruolarlo nell’esercito nonostante i suoi problemi di salute. Viene candidato nel frattempo al premio Nobel per la pace, all’equivalente sovietico (Premio Lenin) e vince il World Peace Council prize. Nel 1951, a causa delle costanti pressioni internazionali, il governo turco lo rilascia e fa espatriare per Mosca, ma la moglie e il figlio non poterono seguirlo ed egli trascorse il suo esilio viaggiando in tutta Europa. Nel 1951 chiese asilo politico in Polonia e, dopo aver rinunciato alla sua cittadinanza turca, divenne cittadino polacco nel 1959, facendo valere le origini familiari della madre, ma fissò la sua residenza nell’Unione Sovietica. A Mosca, gli viene assegnato un alloggio nella colonia di scrittori di Peredelkino, ma il governo turco rifiutò sempre di concedere alla moglie ed al figlio il permesso di raggiungerlo. Al figlio Mehmet dedicò una poesia carica di speranza nei confronti dell’umanità “Prima di tutto l’uomo”. Nel 1960 si innamorò della giovane Vera Tuljakova, e, annullato il precedente matrimonio, la sposò in quarte nozze. Morì il 3 giugno 1963, a 61 anni, in seguito a una crisi cardiaca incorsa mentre usciva di casa (il numero 6 della via Pesciànaya a Mosca, dove si era trasferito dopo il matrimonio). Una delle sue ultime poesie è dedicata alla moglie e al tema della morte (Fonte Wikipedia)
C’è un poeta che conosce gli alberi. Li cerca per i boschi e le foreste di tutto il mondo, li studia, li ascolta. E poi scrive libri come questo. A chi gli chiede come sta risponde sempre la stessa cosa: “Mi distendo nel paesaggio”. È un uomo raffinato e autentico/malinconico come forse lo sono alcuni alberi. Dopo aver scritto libri per cercatori d’alberi secolari e raccolte di poesie, Tiziano Fratus coniuga per la prima volta la sua competenza naturalistica e la sua potenza letteraria. Il suo alter ego Silvano, che ha maturato in vita quattrocento milioni di respiri e un miliardo e mezzo di battiti del cuore, accompagna il lettore in una camminata dentro un bosco, quello che lui chiama “il Magistero del Disordine”. Incontra qualche rara persona: “Abitanti di una vita diversa, gente che spezza il pane senza dire una parola”. E poi castagni, cervi volanti, foglie, ruscelli. Da ciascuno di loro trae spunto per una meditazione, una visione, un volo del pensiero. “Ogni albero è un poeta” è un libro in cui addentrarsi come in un bosco. Nel quale camminare con lo spirito in pace, ma pronti a ogni passo a farsi sopraffare dalla meraviglia. Pronti a sentirsi affondare le radici dentro la terra, a innalzare le fronde al cielo.
“Ogni albero è un poeta. Storia di un uomo che cammina nel bosco.” Tiziano Fratus
“L’ordine e il caos: entrambi poli fondanti e fondamentali, rigeneranti. Per quanto in certe epoche della nostra maturazione tentiamo di alimentare esclusivamente il primo e cancellare, eliminare, elidere il secondo, entrambi sono luce e oscurità, giorno e notte, entrambi ci alimentano e ci rinnovano, senza l’uno si annullerebbe anche l’altro. Lo dobbiamo curare il nostro disordine, tanto quanto il nostro ordine, è tutto quel che ci permette di rinnovarci e di vivere.“
“L’uomo ha la spontanea propensione ad approfittarsi dei propri simili, siano quel che siano le condizioni generali.“
“Camminare in mezzo alla natura, attraversare il mondo e immergersi nel paesaggio insegna a rallentare e allentare a sua volta educa a scegliere e distinguere bene le parole prima di pensarle e usarle.“
“Camminare libera lo spirito. Riattiva il corpo. Riaccende i sensi. Risveglia il dormiente. Ci riavvicina a quel poco, davvero poco che ci servirebbe per esistere e vivere la nostra missione: conoscere quel che abbiamo intorno.“
“Il mondo animale vive ogni giorno come se fosse il primo o l’ultimo, non c’è differenza. Noi umani vorremmo ma non riusciamo. Anche se siamo poeti.“
“Sono sempre più convinto che la natura dell’uomo sia negativa, malevola. Al centro del petto c’è uno scavo che raccoglie, goccia a goccia, un succo oleoso che tende a solidificarsi. Date delle armi in mano ai bambini e riavremo pagine di storia che temiamo di sfogliare. La bontà è una scelta e una forma di educazione, non per forza coincidente con il rigore. È un sacrificio, per essere buoni con se stessi e ancor più col prossimo bisogna sacrificare, sacrificare peso, è scrivere senza rimarcare gli accenti e gli apostrofi, è una scrittura priva di punteggiatura. L’anima perde peso e il pozzo nero si svuota. Camminare e respirare a lungo in una foresta aiuta ad alleggerirsi.“
There lived a certain man in Russia long ago He was big and strong, in his eyes a flaming glow Most people look at him with terror and with fear But to Moscow chicks, he was such a lovely dear He could preach the Bible like a preacher Full of ecstasy and fire But he also was the kind of teacher Women would desire
There lived a certain man in Russia long ago He was big and strong, in his eyes, a flaming glow Most people look at him with terror and with fear But to Moscow chicks, he was such a lovely dear He could preach the Bible like a preacher Full of ecstasy and fire But he also was the kind of teacher Women would desire
Ra-Ra-Rasputin, lover of the Russian Queen There was a cat that really was gone Ra-Ra-Rasputin, Russia’s greatest love machine It was a shame how he carried on
He ruled the Russian land and never mind the Tsar But the kazachok, he danced really wunderbar In all affairs of state, he was the man to please But he was real great when he had a girl to squeeze For the Queen, he was no wheeler dealer Though she’d heard the things he’d done She believed he was a holy healer Who would heal her son
Ra-Ra-Rasputin, lover of the Russian Queen There was a cat that really was gone Ra-Ra-Rasputin, Russia’s greatest love machine It was a shame how he carried on
But when his drinking and lusting and his hunger for power Became known to more and more people The demands to do something about this outrageous man became louder and louder
“This man’s just gotta go”, declared his enemies But the ladies begged, “Don’t you try to do it, please” No doubt this Rasputin had lots of hidden charms Though he was a brute, they just fell into his arms Then one night, some men of higher standing Set a trap, they’re not to blame “Come to visit us”, they kept demanding And he really came
Ra-Ra-Rasputin, lover of the Russian Queen They put some poison into his wine Ra-Ra-Rasputin, Russia’s greatest love machine He drank it all and he said, “I feel fine” Ra-Ra-Rasputin, lover of the Russian Queen They didn’t quit, they wanted his head Ra-Ra-Rasputin, Russia’s greatest love machine And so they shot him ‘til he was dead
Oh, those Russians
Autori: Frank Farian, George Reyam, Fred Jay Album: Nightflight to Venus Anno: 1978
“Traduzione”
C’era un tal uomo in Russia molto tempo fa Era grande e forte, nei suoi occhi un bagliore fiammeggiante La maggior parte delle persone lo guarda con terrore e paura Ma per le ragazze di Mosca, era un tesoro così adorabile Poteva predicare la Bibbia come un predicatore Pieno di estasi e fuoco Ma era anche il tipo di insegnante Che le donne desidererebbero
C’era un certo uomo in Russia molto tempo fa Era grande e forte, nei suoi occhi un bagliore fiammeggiante La maggior parte delle persone lo guarda con terrore e paura paura Ma per le ragazze di Mosca, era un tesoro così adorabile Poteva predicare la Bibbia come un predicatore Pieno di estasi e fuoco Ma era anche il tipo di insegnante Che le donne desidererebbero
Ra-Ra-Rasputin, amante della regina russa C’era un figo che se n’era davvero andato Ra-Ra-Rasputin, la più grande macchina d’amore della Russia Peccato per il casino che faceva
Governava la terra russa e non gli importava dello zar Ma il kazachok, lo ballava davvero a meraviglia In tutti gli affari di stato, era l’uomo da compiacere Ma era davvero grande quando aveva una ragazza da stringere Per la regina, non era un affarista Sebbene avesse sentito le cose che aveva fatto Credeva che fosse un santo guaritore Che avrebbe guarito suo figlio
Ra-Ra-Rasputin, amante della regina russa C’era un figo che se n’era davvero andato Ra-Ra-Rasputin, la più grande macchina d’amore della Russia Peccato per il casino che faceva
Ma quando il suo bere, la sua lussuria e la sua sete di potere divennero noti a sempre più persone Le richieste di fare qualcosa contro quest’uomo oltraggioso si fecero sempre più forti
“Quest’uomo deve andarsene”, dichiararono i suoi nemici Ma le donne implorarono: “Non provateci, per favore” Indubbiamente questo Rasputin aveva un sacco di fascino nascosto Sebbene fosse un bruto, caddero tra le sue braccia Poi una notte, alcuni uomini di rango superiore Tesero una trappola, non sono da biasimare “Venite a trovarci”, continuavano a chiedere E lui davvero arrivò
Ra-Ra-Rasputin, amante della regina russa Gli misero del veleno nel vino Ra-Ra-Rasputin, la più grande macchina d’amore della Russia Lo bevve tutto e disse: “Mi sento bene” Ra-Ra-Rasputin, amante della regina russa Non si arresero, volevano la sua testa Ra-Ra-Rasputin, la più grande macchina d’amore della Russia E così gli spararono finché non morì