Il mio sguardo è nitido come un girasole. Ho l’abitudine di camminare per le strade guardando a destra e a sinistra e talvolta guardando dietro di me… E ciò che vedo a ogni momento è ciò che non avevo mai visto prima, e so accorgermene molto bene. So avere lo stupore essenziale che avrebbe un bambino se, nel nascere, si accorgesse che è nato davvero… Mi sento nascere a ogni momento per l’eterna novità del Mondo…
Credo al mondo come a una margherita, perché lo vedo. Ma non penso ad esso, perché pensare è non capire… Il Mondo non si è fatto perché noi pensiamo a lui, (pensare è un’infermità degli occhi) ma per guardarlo ed essere in armonia con esso…
Io non ho filosofia: ho sensi. Se parlo della Natura, non è perché sappia ciò che è, ma perché l’amo, e l’amo per questo perché chi ama non sa mai quello che ama, né sa perché ama, né cosa sia amare…
Amare è l’eterna innocenza, e l’unica innocenza è non pensare…
Eye to eye, stand winners and losers Hurt by envy, cut by greed Face to face with their own disillusion The scars of old romances still on their cheeks
And when blow by blow The passion dies sweet little death Just have been lies, some memories of gone by time Would still recall the lies
The first cut won’t hurt at all The second only makes you wonder The third will have you on your knees You start bleeding I start screaming
It’s too late the decision is made by fate Time to prove what forever should last Whose feelings are so true as to stand the test? Whose demands are so strong as to parry all attempts?
And when blow by blow The passion dies sweet little death Just have been lies, some memories of gone by time Would still recall the lies
The first cut won’t hurt at all The second only makes you wonder The third will have you on your knees You start bleeding I start screaming
The first cut won’t hurt at all The second only makes you wonder The third will have you on your knees You start bleeding I start screaming
The first cut won’t hurt at all The second only makes you wonder The third will have you on your knees You start bleeding I start screaming
The first cut won’t hurt at all The second only makes you wonder The third will have you on your knees You start bleeding I start screaming (Fonte: Musixmatch)
Faccia a faccia, stanno vincitori e vinti Feriti dall’invidia, trafitti dall’avidità Di fronte alla propria disillusione Le cicatrici di antichi amori ancora sulle guance
E quando, colpo dopo colpo, La passione muore di una dolce, piccola morte Restano solo bugie, ricordi di un tempo passato Che ancora richiamano alla mente quelle bugie
Il primo taglio non farà affatto male Il secondo ti farà solo interrogare Il terzo ti metterà in ginocchio Tu inizi a sanguinare, io inizio a urlare
È troppo tardi, la decisione è presa dal destino È il momento di dimostrare quanto dovrebbe durare il “per sempre” Quali sentimenti sono così veri da superare la prova? Quali pretese sono così forti da respingere ogni tentativo?
E quando, colpo dopo colpo, La passione muore di una dolce, piccola morte Restano solo bugie, ricordi di un tempo passato Che ancora richiamano alla mente quelle bugie
Il primo taglio non farà affatto male Il secondo ti farà solo interrogare Il terzo ti metterà in ginocchio Tu inizi a sanguinare, io inizio a urlare
Il primo taglio non farà affatto male Il secondo ti farà solo interrogare Il terzo ti metterà in ginocchio Tu inizi a sanguinare, io inizio a urlare
Il primo taglio non farà affatto male Il secondo ti farà solo interrogare Il terzo ti metterà in ginocchio Tu inizi a sanguinare, io inizio a urlare
Il primo taglio non farà affatto male Il secondo ti farà solo interrogare Il terzo ti metterà in ginocchio Tu inizi a sanguinare, io inizio a urlare
Ti scrivo la mia pena su questa carta tanto lieve che te la porti il vento tanto buona e tenera che non se ne sorprenda il sole, gentile come il silenzio che incede sull’erba di notte. Semplice e pura come l’acqua che scorre e non indovini che la generò la tempesta di ieri.
Molti sono stati uccisi. Molti viviamo. Tutti quanti siamo feriti. È grave di dolore il mondo. Col silenzio del mare riceverai la mia pena. Ti mando questo mio eterno “non ti scordar di me”, è una luce avvolta entro una piccola nubicina.
Ti mando questa pecorella, poiché sei vicino a Dio perché tu la guidi ad un suo verde giardino. Ti mando questo infante col piedino schiacciato. Alzalo alla finestra con la stella del mattino, vicino al mondo, vicino al sogno. Vicino alla tua bontà che è calda come alito di madre. Vicino al camino dove sogni con la mano alla fronte la felicità dell’affamato, del soldato, dell’infermo. Mettilo vicino alla verde bandiera. Vicino al rosso cavallo. A tua madre accanto che attorniata dai passeri di gennaio fila la speranza. Mettilo vicino al lamento dell’amicizia. Vicino, vicino. Mettilo a sedere e aprigli come un riso la finestra
(Traduzione di Vincenzo Rotolo) da “Il Taigeto e il silenzio”
Nikiforos Vrettakos (Krokees, Laconia, 1912 – Atene o Plumitsa, 1991) è stato uno dei più importanti poeti e scrittori greci del XX secolo, spesso definito il “poeta della pace e dell’amore”. Nasce nel 1912 a Krokees (Laconia), vicino a Sparta. Nel 1929 si trasferisce ad Atene, dove comincia la sua lunga e feconda attività letteraria. Prende parte alla guerra sul fronte italo-greco (1940-1941) e partecipa attivamente alla Resistenza greca contro l’occupazione nazifascista. Durante la dittatura dei colonnelli (1967–1974), sceglie l’esilio volontario vivendo in Svizzera e in Italia—in particolare a Palermo, in Sicilia—collaborando con l’Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neoellenici. Rientra in Grecia nel 1974. Nel corso della vita pubblica circa 38 raccolte poetiche, riceve tre candidature al Premio Nobel per la Letteratura e nel 1987-1988 viene nominato membro dell’Accademia di Atene. La sua opera è pervasa da un profondo umanesimo, filantropia e un forte legame con la natura, elementi che lo hanno reso una delle voci più amate della lirica greca moderna (approfondimenti su portali culturali come Punto Grecia e la Casa della poesia). (dal Web)
La basilica di Santa Giulia di Bonate Sotto, in provincia di Bergamo, di cui rimane la parte absidale, fu fondata agli inizi del XII secolo in quella parte del territorio che era chiamata Lesina, per la vicinanza del omonimo torrente. Non c’è una datazione certa della sua fondazione, ma solo indiretta in quanto derivante dalla corrispondenza papale tuttora esistente. Una lettera di papa Onorio II del 14 maggio 1129 indirizzata al vescovo Ambrogio di Bergamo ed al Capitolo di Sant’Alessandro affermava tra l’altro «…. riguardo alla chiesa di Lesina non ancora consacrata…», certificando così la sua esistenza a quella data. Anche altri atti ufficiali, di cui si è certi per la storicità delle loro fonti e di data successiva, confermano l’esistenza della basilica nella prima metà del XII secolo. Rimane, tuttavia, oscura l’iniziativa e la motivazione che hanno portato alla costruzione della basilica. La credenza popolare l’ha voluta fondata o dalla stessa santa Giulia martire, o dalla regina longobarda Teodolinda, ma entrambe le ipotesi rimangono delle leggende prive di valenza storica. Sia il periodo di fondazione accertato, il XII secolo, sia il suo stile architettonico, romanico, confliggono con le attribuzioni leggendarie. La santa, martire africana, non venne mai in Italia, mentre la regina Teodolinda concluse la propria vicenda umana nel VII secolo, ben cinque secoli prima della costruzione della basilica. Si può ragionevolmente supporre che la basilica fosse espressione della pietas della comunità di Lesina ed al servizio delle sue esigenze religiose e liturgiche. Le violente vicende storiche dell’epoca, il medioevo, portarono alla scomparsa ed alla dispersione della comunità di Lesina e alla conseguente decadenza della basilica stessa, che culminò nel XIV secolo. Seguì, infatti, il destino di analoghe costruzioni che, in Italia e in altri paesi, ebbero momenti di grandezza e fine ingloriosa, riducendosi a cave di materiale edile. Questo fu il destino della basilica di Santa Giulia come lo fu di tanti altri monumenti religiosi e civili dell’epoca. (Fonte Wikipedia)
Immagini personali
Architettura
L’edificio ha una struttura architettonica basilicale a tre navate culminanti in tre absidi, l’interno era distribuito in cinque campate di cui sopravvive solo la prima antistante le absidi. Rimangono oggi, a testimonianza di quello che fu la basilica di Santa Giulia, le tre absidi e la prima campata coperti da tetti non più originali e parti della muratura perimetrale. La parte scoperta, ossia quella priva di tetto, è stata ed è tuttora parte del cimitero di Bonate Sotto con ancora molti tumuli e testimonianze sepolcrali. Un inopinato restauro settecentesco sopraelevò di circa un metro l’abside centrale e sostituì, variandone la pendenza, la copertura lapidea dei tetti con tegole di terracotta. Il sopralzo è chiaramente visibile nelle immagini relative l’abside centrale dove balza evidente come corpo estraneo, aggiunto successivamente ed alterante l’armonia geometrica originaria L’abside centrale, attualmente adibita a cappella cimiteriale, è stata affrescata nel 1795 dal pittore Vincenzo Angelo Orelli in collaborazione col fratello Baldassarre, specializzato nell’esecuzione delle quadrature. I resti della basilica lasciano immaginare la sua forma originaria e testimoniano l’eleganza della sua decorazione architettonica. Di particolare finezza sono i residui capitelli interni, scolpiti in leggere forme zoomorfe, antropomorfe e geometriche mentre sottile e gentile appare l’ornato esterno delle absidi con le finestrelle a doppio sguancio separate da cordonature o semicolonne che slanciano e snelliscono la struttura. L’ornatura di alcuni capitelli richiama lo stile cluniacense e sembra quasi anticipare il gotico tipico di Cluny. Lo zoccolo dei tetti delle absidi è ornato con un giro di archetti, alcuni dei quali terminano su graziose testine. Una notazione particolare va fatta per l’urna cineraria posta sulla colonna antistante la prima navata, urna che ha alimentato la leggenda della costruzione della basilica per iniziativa della regina Teodolinda. La leggenda voleva che questa urna contenesse i resti mortali di una figlia della regina longobarda a suffragio della quale la madre avrebbe costruito la basilica. In effetti si tratta di un reperto archeologico ben più antico: un’urna cineraria romana, di epoca imprecisata, che custodiva i resti di una fanciulla dodicenne di nome Tiziana e piccoli oggetti d’oro forse parte del suo abbigliamento.
Sulla facciata dell’urna si legge ancora:
RO…. TI…NAE QUAE VIXIT ANN. XII. M.VII D. XIII
Non rappresenta una testimonianza di origine longobarda ma l’espressione della pietas romana. (Fonte Wikipedia)
La vedi la gioia, Quella vera, La vedi negli occhi, Negli occhi dei bambini, Quando giocano e ridono, Esseri liberi, Liberi dal passato, Liberi dal futuro, C’è solo il momento, Quello che passa, Quello che conta, Anche quando potremmo, Quanto siamo lontani, Dalla gioia vera, Dalla gioia dei bambini.
Quanto spreco di eroismo! Quanto spreco di sangue! Sopportare la mortalità, e da soli! Quanto sacrificio, e perché? Se sapessimo che siamo uniti, non soli, attaccati come i fiammiferi, come gli opliti della falange allacciati tra di loro come i fili del tappeto tibetano, attaccati come gli amanti che non si possono sciogliere. Quanto spreco di sangue! Quanto inutile eroismo! Se sapessimo che siamo come l’idrogeno e l’ossigeno – provati a scioglierli, se ci riesci! Se sapessimo che siamo come tutti gli elementi generati da un’unica stella, se sapessimo che tutte le stelle erano prima in un punto tutte strette assiepate, fitte fitte fino a contenersi tutte nello spazio di un minuscolo punto! Quanto spreco di sangue! Quanto inutile eroismo!
(Inedito)
Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957) è un poeta italiano.Padre toscano dell’Isola d’Elba e madre romana, ha vissuto i primi cinque anni della sua vita nel villaggio minerario della miniera di bauxite di San Giovanni Rotondo in Puglia, poi sempre a Roma e, dal 2006, a Rignano Flaminio in provincia di Roma, nei pressi dell’amato monte Soratte. Si è laureato in Lettere all’Università La Sapienza di Roma con una tesi sull’opera di Lorenzo Calogero. Nel 1978 pubblica le sue prime poesie su Nuovi Argomenti, per intercessione di Attilio Bertolucci. Con altri scrittori (Beppe Salvia, Arnaldo Colasanti e altri) ha fondato nel 1980 la rivista letteraria Braci. A partire dal 1987 ha pubblicato diverse raccolte di versi, con le quali ha conseguito numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Viareggio, Il Premio Eugenio Montale e il Premio internazionale Mario Luzi. Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue (tra cui principalmente inglese, spagnolo, tedesco, serbo, sloveno, rumeno) e compaiono in molte antologie italiane (anche scolastiche ) e straniere. Ha curato i volumi: Almanacco di Primavera. Arte e poesia (L’Attico Editore, 1992); Orazio, Arte poetica, con interventi di autori contemporanei (Fazi, 1995); Le più belle poesie di Trilussa (Arnoldo Mondadori Editore, 2000). Suoi testi sono stati letti da Nanni Moretti, Piera Degli Esposti, Roberto Herlitzka e altri. (dal web)
Tu che sei nata dove c’è sempre il sole Sopra uno scoglio che ci si può tuffare E quel sole ce l’hai dentro al cuore Sole di primavera Su quello scoglio in maggio è nato un fiore
E ti ricordi, c’era il paese in festa Tutti ubriachi di canzoni e di allegria E pensavo che su quella sabbia Forse sei nata tu O a casa di mio fratello, non ricordo più
E ci hai visto su dal cielo Ci hai trovato e piano sei venuta giù Un passaggio da un gabbiano Ti ha posata su uno scoglio ed eri tu
Ma che bel sogno, era maggio e c’era caldo Noi sulla spiaggia vuota ad aspettare E tu che mi dicevi, “Guarda su quel gabbiano Stammi vicino e tienimi la mano”
E ci hai visto su dal cielo Ci hai trovato e piano sei venuta giù Un passaggio da un gabbiano Ti ha posata su uno scoglio ed eri tu
Tu che sei nata dove c’è sempre il sole Sopra uno scoglio che ci si può tuffare E quel sole ce l’hai dentro al cuore Sole di primavera Su quello scoglio in maggio nasce un fiore (Fonte: Musixmatch)